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Sichelgaita per i salernitani non è soltanto una strada, ma un vero e proprio pezzo di storia. Ecco chi è la principessa Sichelgaita

“Quei di Salerno il lor lunato golfo,
gli archi normanni, tutta bronzo e argento
la porta di Guisa e di Landolfo
aveansi in cuore, e l’arte e l’ardimento,
onde tolse lo scettro ad Alberada
Sichelgaita dal quadrato mento”.

Gabriele d’Annunzio

 

Tutti i Salernitani sanno che è una strada ma pochi la conoscono come donna di potere, colta e scaltra, una guerriera.

Non conosciamo l’anno esatto della nascita di Sichelgaita, forse intorno al 1036; di certo sappiamo che è la terza figlia del principe Guaimario IV. Nasce a Salerno, una città che le stesse monete definiscono “opulenta”, al momento del suo massimo splendore, è una città ricca e dinamica, protesa verso il Mediterraneo, che importa ceramiche pregiate dalla Grecia e dalla Sicilia islamica, in cui l’aristocrazia imita il modo di vivere dell’alta società di Costantinopoli. Il suo sovrano, Guaimaro IV, è lodato , per il suo buon e per aver accolto nel suo regno e preso al suo servizio, delle bande di guerrieri a cavallo di lontana origine vichinga, i Normanni. Grazie all’aiuto di questi mercenari ha potuto annettersi il principato di Capua, e i territori di Amalfi, Sorrento e Gaeta; non solo, ben presto questi mercenari s’impadroniscono della Puglia, strappandola ai bizantini, investendo così Guaimaro del titolo di duca delle Puglie e delle Calabrie e rendendolo di fatto il signore dell’Italia Meridionale.

Giovinezza ed educazione

SichelgaitaSichelgaita viene educata nei monasteri femminili e presso la Scuola Medica Salernitana che in quel periodo viveva un’epoca di grande splendore e divenne un’abile dottoressa. La sua giovinezza finì con una congiura in cui sono coinvolti gli amalfitani, decisi a riconquistare l’indipendenza pilotata da suo cognato Pandolfo. Il 3 giugno 1052, Guaimaro IV viene massacrato sulla spiaggia di Salerno e i suoi figli imprigionati ma vengono salvati dai normanni, comandati dal fratello Guido, che ripiomba a Salerno, fa piazza pulita dei congiurati e libera i suoi nipoti.

Una volta divenuto principe di Salerno il fratello Gisulfo II si vendica ferocemente contro tutti coloro che hanno tramato l’assassinio del padre, ossia gli amalfitani e lo zio Pandolfo. I Normanni purtroppo stanno divenendo pericolosi concorrenti capeggiati da Roberto il “Guiscardo” cioè “l’Astuto” che da mercenario era riuscito a strappare all’Impero d’Oriente la Puglia e quasi tutta la Calabria, divenendone il conte gran parte del Mezzogiorno.

Verso le nozze di Sichelgaita

La sua ambizione mira alla conquista di Salerno. L’occasione per fare il primo passo si presenta quando il principe Gisulfo II gli manda suo fratello Guido per chiedergli di mettere un freno a Guglielmo detto “Braccio di Ferro”, fratello di Roberto, che, con i suoi uomini, sta mettendo a ferro e fuoco i villaggi al confine con la Puglia. Roberto accetta, ma ad una condizione: in cambio vuole Sichelgaita in sposa. Il Guiscardo è già sposato, e ha un figlio di nome Boemondo, ma sua moglie Alberada è una sua parente ed ottiene l’annullamento.

Gisulfo capisce il tranello e gli risponde di non avere soldi per la dote di sua sorella. Roberto non crede a questa scusa , piomba a Salerno con tutti i suoi uomini e affronta di persona Gisulfo, vuole Sichelgaita in moglie, non importa come, provvederà egli stesso a darle in dote il meglio dei suoi possedimenti in Calabria.

Gisulfo, chiede una e cerca di risolvere da solo la questione con Guglielmo, senza correre il rischio di imparentarsi con Roberto.

Eppure il matrimonio tra Roberto e Sichelgaita ha luogo, nonostante tutto.

La stirpe dei Normanni e il ruolo della principessa

SichelgaitaIl fascino nordico del condottiero normanno può aver fatto effetto sulla ormai ventiduenne Sichelgaita, ma l’ormai scaltra principessa capisce che i Normanni rappresentavano il futuro per la sua decadente dinastia

La cerimonia ha luogo a Melfi, verso il 1059. La longobarda Sichelgaita ha un asso nella manica, su questo punto: gli otto figli che avrà da Roberto, a cominciare dal primogenito Ruggiero, il futuro Ruggiero Borsa; per lei sono la speranza di evitare uno scontro diretto con suo fratello Gisulfo, e insieme il futuro della stirpe longobarda.

Sichelgaita diventa parte attiva nel governo delle sue terre, funge da mediatrice in dispute ed ha una milizia privata.  In quello stesso anno inoltre suo cugino Desiderio di Benevento, abate di Montecassino, viene nominato cardinale dal nuovo papa Niccolò II, e suo delegato per l’Italia meridionale. Il 23 agosto del 1059, Niccolò II, accompagnato dall’abate Desiderio, sceglie proprio Melfi come sede di un sinodo di fondamentale importanza e riconosce le terre conquistate da Roberto come suo legittimo possesso, lo investe del titolo di duca di Puglia e di Calabria, e gli affida il compito di riconquistare la Sicilia invasa dai Saraceni secoli prima.

Nel 1073, mentre si trova a Trani, Roberto è colto da una grave malattia si teme per la sua vita e Sichelgaita intercede presso il papa Gregorio VII, l’erede di Roberto dovrà essere non il figliastro Boemondo, ma Ruggiero, il primo figlio avuto da Sichelgaita. Questo avrebbe consentito di risolvere una volta per tutte i problemi con Gisulfo senza spargimento di sangue: Gisulfo non ha eredi diretti, e dunque, alla sua morte, Salerno e i suoi territori sarebbero passati direttamente al nipote, per giunta longobardo per metà. Roberto, però, è quasi guarito, e, appena lo viene a sapere, va su tutte le furie e manda i suoi vassalli a devastare villaggi e castelli in Abruzzo, in pieno territorio papale. Gregorio, da parte sua, e cerca aiuto in Beatrice, contessa di Toscana, e sua figlia Matilde, signore di un vasto territorio che va dall’alto Lazio fin oltre il Po. Il papa scomunica Roberto per ben tre volte, nel 1074, nel 1075 e nel 1078.

Il Guiscardo rivolge la sua furia verso Salerno. L’occasione si presenta nel momento in cui la città di Amalfi, esausta per le continue vessazioni del principe, si consegna letteralmente al Guiscardo. Il papa cerca di trattare con Gisulfo e Sichelgaita, a questo punto interviene di persona, gli propone un accordo: Amalfi verrà data a suo figlio Ruggiero, e Salerno resterà a Gisulfo.

Gisulfo rifiuta ma ha capito di essere rimasto isolato. aveva cercato disperatamente di stringere alleanze con la contessa Matilde di Toscana, perfino con l’imperatore d’Oriente, andando direttamente a Costantinopoli.

L’arrivo di Roberto

SichelgaitaRoberto, insieme al principe Riccardo di Capua, cinge d’assedio Salerno nel maggio del 1076, bloccando tutti i rifornimenti per terra e per mare; l’assedio dura un anno, lasciando dietro di sé una scia di fame e di morte, e pure Gisulfo non ha intenzione di cedere.

Chi può cerca di uscire dalla città e di chiedere asilo al Guiscardo; anche il vescovo Alfano, ormai lo ha capito anche lui che non c’è altra scelta. Finalmente l’assedio ha termine: nottetempo, i Salernitani, esausti, aprono una breccia all’interno delle mura, permettendo così a Roberto e ai suoi uomini di entrare in città. Gisulfo, per tutta risposta, si rifugia con la famiglia nella Turris Maior, l’attuale castello Arechi; Roberto non ha fretta, sa che riuscirà a prendere anche lui per fame.

Sichelgaita riesce a fargli ottenere un colloquio con il cognato. Roberto, però, non è tipo da farsi commuovere: lui non vuole la pace, vuole che Gisulfo e non rimane così altra scelta che consegnarsi con tutta la sua famiglia al cognato. Il Guiscardo ha intenzione di caricarlo su una nave e portarlo in catene a Palermo, e tenerlo lì prigioniero per il resto dei suoi giorni. È ancora una volta grazie a Sichelgaita se le cose vanno diversamente per Gisulfo: la duchessa gli fa dare dal marito mille bisanti d’oro, cavalli e muli, permettendogli così un esilio decoroso. Il principe spodestato, allora, si rifugia prima da Riccardo principe di Capua, e poi da papa Gregorio VII, che lo accoglie come un figlio e lo nomina amministratore dei beni della Chiesa.

Il nuovo signore del Sud Italia

Il signore dell’Italia Meridionale è ormai Roberto d’Altavilla: un dominio che va dall’Abruzzo alla Sicilia, e di cui Salerno è una delle città più importanti,  Una città, però, in cui Roberto è entrato da conquistatore, Roberto è costretto, per sicurezza, a spostare il centro del potere dal Sacratissimum Palatium di Arechi (San Pietro a Corte) più in alto, al più strategico Castel Terracena.

Mai come in questo momento Roberto ha bisogno dell’aiuto della moglie Sichelgaita: è lei l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo, tra gli spodestati principi longobardi e il nuovo duca normanno. La fortuna volle che, durante i lavori per la costruzione della cattedrale nuova di zecca voluta da Roberto, siano state trovate le reliquie dell’apostolo Matteo ed il papa revoca la scomunica e riconosce legittimità del duca delle Puglie e delle Calabrie su Salerno.

D’altronde Sichelgaita stessa è proprietaria di vasti territori, è dunque una potente signora ed era solita accompagnare il marito nelle campagne militari», ad esempio in Puglia, contro la rivolta del conte Amico di Giovinazzo, durante la quale, mentre Roberto riconquista Taranto, Trani viene espugnata da sua moglie.

Nel 1078, l’imperatore Michele VII Ducas viene costretto ad abdicare da una rivolta capeggiata dal generale Niceforo Botianate, e ad entrare in monastero; suo figlio Costantino viene comunque associato al trono dal nuovo basileus Alessio I Comneno, a condizione che sposasse sua figlia Anna. Il guaio è che Costantino era stato promesso fin dalla culla ad Olimpiade, figlia di Roberto e Sichelgaita; di conseguenza il fidanzamento viene rotto, e la povera fanciulla, viene relegata in un monastero. È un affronto che Roberto, e soprattutto Sichelgaita, non sono disposti ad accettare. Roberto dunque, sventolando come un vessillo il diritto della figlia alla dignità imperiale e, soprattutto, la scomunica che Gregorio VII aveva lanciato sul Comneno, considerato dal papa un usurpatore, salpa con una grandiosa flotta alla volta della Grecia: al suo fianco ci sono il primogenito Boemondo e la moglie Sichelgaita, che lo raggiunge ad Otranto . Una volta conquistata Corfù, le truppe normanne puntano verso Durazzo che è cinta d’assedio nel giugno del 1081.

La battaglia finale

Si arriva così alla grande battaglia finale, il 18 ottobre 1081: la coalizione bizantina comandata dall’imperatore Alessio in persona da una parte, dall’altra l’esercito normanno con alla testa Roberto e il figlio Boemondo. .Le forze dei Greci sono nettamente superiori, e i Normanni sono talmente disorientati da essere sul punto di fuggire, ma Roberto si dimostra ancora una volta condottiero e guerriero formidabile, esortando i suoi e si scagliandosi in prima linea, con innestato nella lancia il Vexillum Sancti Petri, il “Vessillo di San Pietro”, donatogli dal papa in persona. Sichelgaita, dal canto suo, non se ne sta con le mani in mano, a cavallo, armata di cotta di maglia, elmo e scudo, vedendo i guerrieri ritirarsi, grida loro:

«Dove fuggite così? Fermatevi! Siate uomini!»

E, senza esitazione, afferra una lancia e si catapulta al galoppo contro i Greci, nel bel mezzo della mischia; una freccia supera la cotta di maglia e la ferisce, rischia perfino di esser fatta prigioniera; e un tale coraggio da parte della loro signora non può non colpire nel segno i suoi uomini, che si rianimano e si ributtano nella mischia, più focosi che mai. Il risultato è che le truppe del Comneno vengono spazzate via,

Roberto prosegue dunque deciso verso Costantinopoli, ma i suoi progetti vengono improvvisamente stravolti: nel febbraio del 1082 viene raggiunto da una lettera di papa Gregorio VII. Si tratta di una drammatica richiesta di aiuto: il pontefice è prigioniero a Roma, sotto l’assedio del nuovamente scomunicato Enrico IV di Germania, che vuole detronizzare il papa e farsi incoronare imperatore

Roberto dunque rientra in Italia insieme a Sichelgaita, lasciando Boemondo a capo della spedizione in Oriente.. Quando arriva a Roma, :Gregorio VII è intrappolato in Castel Sant’Angelo, e sulla cattedra di Pietro, Enrico IV ha imposto un antipapa, Clemente III, da cui si è fatto incoronare imperatore.

I Normanni espugnano Roma come una città nemica, spazzano via la resistenza, mettendo a ferro e fuoco la città per tre giorni, con massacri d’indicibile violenza, sotto gli occhi dell’impotente Gregorio VII.

Non gli rimane dunque altra scelta che seguire Roberto e Ruggiero a Salerno, alla stregua di un esiliato, Salerno, accogliendo il pontefice, diventa essa stessa una specie di “nuova Roma”; a cominciare dalla cattedrale consacrata proprio da Gregorio, la cui architettura richiama così tanto quella della basilica di San Pietro in Vaticano. Avere il vicario di Cristo in casa è d’altra parte una ghiotta occasione anche per la ormai quasi cinquantenne Sichelgaita, soprattutto per ottenere quello cui ambisce da sempre, che sia Ruggiero, e non Boemondo, a divenire il prossimo duca delle Puglie e delle Calabrie: sarebbe il modo migliore soprattutto per mettere d’accordo i nobili longobardi e normanni, dato che Ruggiero ha nelle vene il sangue di entrambi. Il problema è che una parte non trascurabile dei vassalli normanni parteggia per Boemondo, soprattutto perché, a differenza di Ruggiero, si è dimostrato un valoroso condottiero e combattente.

Sichelgaita avrebbe tentato addirittura di togliere di mezzo Boemondo avvelenandolo, con la compiacenza degli “archiatri salernitani”. Roberto, però, scoperto il fattaccio, avrebbe minacciato di morte la moglie e tutti i medici di Salerno se non avessero fermato il veleno; alla terrorizzata Sichelgaita non sarebbe così rimasta altra scelta che far somministrare l’antidoto a Boemondo, il quale tuttavia avrebbe conservato per tutta la vita i segni di quella brutta avventura, con il pallore che d’allora in poi gli avrebbe coperto il volto. l’Italia meridionale andrà a Ruggiero, i possedimenti in Grecia a Boemondo.

Ma Roberto ha grandi progetti per il primogenito e nel 1084, s’imbarca nuovamente ad Otranto alla volta della Grecia insieme a lui, agli altri tre figli maschi Ruggiero, Guido e Roberto, e alla moglie Sichelgaita, per proseguire la campagna militare; ha ormai quasi settant’anni, ma la cosa non sembra importargli granché, e, insieme a Boemondo riesce a riconquistare Corfù, tolta ai Normanni nel frattempo dalla coalizione bizantino-veneziana. E invece c’è un nemico che il Guiscardo non ha messo in conto: la peste. Nemmeno le cure della esperta Sichelgaita possono nulla, la peste non perdona  Roberto d’Altavilla muore a Cefalonia, il 17 luglio del 1085.

Ora le redini delle Puglie e delle Calabrie sono nelle mani di Sichelgaita, e sa di dover fronteggiare l’inevitabile esplosione della rivalità tra Boemondo e Ruggiero per l’eredità di Roberto.

Sichelgaita

Il primo atto da dux di Sichelgaita è associare Ruggiero al potere. La cosa, però, non piace per niente ai Normanni duri e puri, che vedono nel carismatico Boemondo un più degno successore del Guiscardo. Boemondo dunque, spalleggiato dal principe Giordano di Capua, si rivolta contro il fratello minore conquistando Oria e mettendo a ferro e fuoco Taranto e Otranto.

All’improvviso, però, ecco un colpo di scena: il 24 maggio del 1086, l’abate Desiderio di Montecassino, il cugino e il più grande alleato di Sichelgaita, viene eletto papa con il nome di Vittore III. E, proprio grazie alla sua mediazione, si arriva ad un primo accordo: Boemondo ottiene la Puglia sudoccidentale, da Coversano fino a Gallipoli, insieme al titolo di principe di Taranto, in cambio della rinuncia agli altri possedimenti in Italia e alla successione.

La morte del pontefice il 16 settembre 1087, però, rompe per l’ennesima volta gli equilibri, e Sichelgaita e Ruggiero vedono Maida e Cosenza conquistate da Boemondo e dai suoi alleati .

Ci vorrà una mano ferma come quella del nuovo papa, Urbano II  per mettere una volta per tutte la parola fine al conflitto: nel 1089 il papa conferma a Boemondo il principato di Taranto e investe ufficialmente Ruggiero del titolo di duca di Puglia.

Il sogno di Sichelgaita si è finalmente avverato: attraverso suo figlio Ruggiero, la stirpe dei principi longobardi è tornata a regnare su Salerno, più splendida e ricca che mai.

Ora può morire, il 27 marzo del 1090, ed essere sepolta nell’abbazia che il papa suo cugino aveva per tanto tempo governato: Montecassino.

Alla nostra principessa abbiamo dedicato una birra, forte e che ti consigliamo di assaggiare.

 > Guarda la birra SichelgaitaSichelgaita

Si ringrazia Federica Garofalo per l’articolo